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Caro papà,

sono passati più di 12 anni, ma potrebbero essere anche 120. E’ vero che il tempo si cristallizza, quando certi eventi si verificano. Sei morto tra le braccia della mamma, il giorno della Madonna di Lourdes. Due persone, tu e la mamma, molto diverse. Ma uguali nella propria onestà. Onestà anche a costo di rimetterci del proprio. Per me, papà, sei stato un punto di riferimento importante. E’ vero, gli ultimi dieci anni sono stati duri e difficili; tanti scontri tra noi, anche violenti. Io non ho capito gli ultimi tuoi anni, non ho capito il tuo malessere; nonostante avessimo superato ormai la crisi, soprattutto economica, che ci travolse dopo il trasferimento della tua, della nostra, azienda a Ferrara. Il ritorno a casa, dove “non possiamo sbagliare”. Negli anni ottanta, nessuno ricorda più l’inflazione a due cifre, gli interessi bancari oltre il venti per cento, le banche stesse che si comportavano come strozzini. Finita la necessità di lottare, dimostrato il motto di famiglia frangar non flectar, di te è rimasta la corazza vuota del guerriero.

Oggi ho capito. Ho capito lo spirito che mettevi nei tuoi racconti, di quando eri dirigente nelle aziende dove avevi lavorato: la mancanza di entusiasmo delle persone che avevi accanto. Tutto pro domo sua; il pensiero della squadra, del gruppo, della solidarietà: assente.

Per questo ti eri inventato artigiano, pastaio. Ma con l’inventiva e la curiosità dell’artista: nuovi prodotti, collaborazioni con chef e ristoratori, con costruttori di macchine per inventare nuove forme, l’uso di materie prime naturali, tipicità locali, innovazioni nel packaging. Ed io dietro, affamato!

Tutto per realizzare un progetto di vita piuttosto che per che per arricchirsi; la ricchezza non è mai stato il fine ultimo del tuo lavoro. E nemmeno del mio.

Anche con Dio, il tuo rapporto non l’ho mai capito fino in fondo. Mi sembra, oggi, che ti piacesse, che lo considerassi un amico, così come ti sentivi più amico che devoto di San Leopoldo; grazie alla sua intercessione, fosti guarito dal flemone nel 1976. Io e te abbiamo sempre creduto nei miracoli, come del resto testimonia la mia nascita.

Ma ora, qui, cosa faresti al mio posto? Che argomenti metteresti nelle due colonne, quella dei più e quella dei meno? Io non ho con chi confrontarmi a viso aperto, con chiarezza e determinazione. Penso penso penso, ma manca il contraddittorio, lucido ed intelligente, storico e critico.

Time after time…Beh, è stato una bella ritrovarsi. Io non sarò mai un papà, la vita mia è andata così. Non so, se per te sono stato un buon figlio; spero di essere stato il miglior figlio che ti potesse capitare.

Ciao, alla prossima.

P.S.: della tua attività di giornalista negli anni cinquanta, non dimenticherò mai gli insegnamenti che mi ha trasmesso: sii curioso, sii chiaro per chi ti legge, dividi la cronaca dell’evento dal tuo pensiero sull’evento.

4 commenti su “Caro papà,”

  1. Ciao Giorgio,
    ho scoperto ora il tuo blog. Commovente questo post: da figlio prima e genitore poi non posso solo che capirti.
    Mauro – Trento
    P.s.: anch’io ricordo l’inflazione a due cifre degli anni 80 e gli interessi da capogiro – anche il 30%! – delle banche…

  2. Ciao Ragazzo, ma l’alpino con le calze gialle sei tu?
    Dev’essere bello riscoprire dopo l’infanzia, la crescita, una vita strappata a morsi, un milione di miglia nelle scarpe e negli occhi che l’eroe che avevamo da bambini è tornato!
    Forse solo tu intravedi la corazza vuota, ma è la sua corazza che chi ti conosce riconosce. L’avresti mai detto?
    Fortuna averla avuta e fortuna aver riscoperto una guida così.

    Con sana invidia

    Edo

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