La favola della vita

Prologo – Dedica

C’era una volta una stella nel firmamento, la cui luce s’irradiava in ogni direzione, e allietava con il luminoso sorriso dei suoi occhi tutto ciò che Le si avvicinava. Un giorno, il buon Dio decise di inviarla sulla terra donandole negli occhi la stessa luce che aveva nei cieli, perché portasse il bene a tutti gli uomini che, afflitti, avevano perso il sorriso.

Così Tu sei arrivata sulla Terra.

Le Tue sorelle nel cielo piangevano per la Tua assenza; ogni estate, al tempo del raccolto, si avvicinano per parlarTi ed ascoltarTi. Esse sacrificano la loro eterna esistenza, per un eterno attimo con Te.

Così sono nate le stelle cadenti.

La cattiveria, l’odio, il dolore, il male, tentano di scalfire quella luce di stella, ma nulla di umano o di maligno, può scalfire l’adamantina sostanza della Tua luce.

Così chi T’incontra, riceve bontà, amore, sollievo, bene.

Nulla è creato per essere senza fine, nulla distrutto perché abbia fine. 

Così Tu porti la speranza nel mio cuore.

Possano le Tue sorelle stelle proteggerTi da ciò che vuole impedirTi di brillare. Accolga il Tuo volto la luce delle Tue sorelle, rinchiuse nella sfera blu del firmamento, e che Ti siano compagne di viaggio, per tutte le avventure che Ti attendono da qui a mille anni.

LA FAVOLA DELLA VITA

“Viandante, cosa mi porti dal tuo viaggio?”

“Mia Regina, ho visitato terre lontane e osservato popoli nuovi, ma nulla mi è rimasto tra le dita.”

“Viandante insolente, cosa ti porta al mio cospetto senza un dono?”

“Mia Regina, ho attraversato il deserto e la sabbia dorata mi è sfuggita tra le dita; ho attraversato il mare, e l’acqua è scivolata tra le mani; ho attraversato i cieli, e le nuvole e le stelle e i pianeti hanno forato la mia bisaccia.”

“Viandante presuntuoso, marcirai nella mia più buia segreta.”

“Mia Regina, sono rimasto a lungo alla Tua porta, sapendo di non avere niente degno di Te. Ho solo questa rosa fatta di vento.”

“Viandante bugiardo, il vento non è un fiore. Morirai nell’oblio.”

“Mia Regina, Ti porto da nord la fredda tramontana, per disperdere i Tuoi nemici; da est il levante, con i profumi dell’oriente per vestire la Tua bellezza; da Sud il mezzogiorno, per imbandire la Tua tavola con i colori e le musiche più gioiose; da ovest il libeccio, con la libertà per ornarTi le vesti che indossi.”

“Viandante altezzoso, come puoi fare questo?”

“Mia Regina, una è la rosa dei venti che soffiano nelle Tua vita, due sono le mani che indicano la via della Tua vita, tre sono le stagioni della Tua vita, quattro sono le stelle che osservi per orientarti nella Tua vita. Sempre nuova sarà la cifra del Tuo giorno, e mai il tempo segnerà la Tua anima.”

“Viandante distratto, come puoi dire questo? I venti trascinano la mia vita, le mani cercano la mia via, la mia vita non ha stagioni da quando il sole non mi riscalda, le stelle mie sorelle sono perse nella nebbia.”

“Mia Regina, alza i tuoi occhi dal nero fondo,  avrai la luce da guida, ed il tempo alleato.”

“Viandante viandante, la vita mi segna.”

“Mia Regina, dimostrerò il Tuo errore. Ma questa è un’altra storia, è un altro dono, è un altro segno. Tornerò da Te presto, affinché Tu possa segnare la Vita, ed il tratto nero degli eventi sia da Te dominato.”

Era un freddo inverno, ma il viandante non soffrì più per il gelo, per il buio e per la paura. Aveva ricevuto lui, il Dono dalla sua Regina.

“Alla fine del tuo viaggio, dove arrivasti?”

Il viandante rispose:

“Arrivai? Non ricordo la partenza. Ero alla fine della notte, quando la luna s’inchina al sole, e le stelle si adagiano nell’azzurro e nel turchino. Laggiù, al limitare del bosco di Lead, sulle rive del Tin, si adagiava un bellissimo ed interminabile prato, il Prato di Cristallo.”

“E cosa ti successe laggiù?”

“Nulla. L’erba si piegava sotto i miei piedi, i fiori si risvegliavano, le farfalle volteggiavano liberamente. Ma tutto era di cristallo, variopinto e luminoso cristallo. Flessuosi i fili d’erba si piegavano sotto il mio piede, ed assecondando la brezza. I fiori erano del colore dell’arcobaleno, e profumavano d’indicibili fragranze. Mi misi a correre, a ridere, a lodare l’Altissimo per questo splendore, che nessun umano aveva vissuto.”

“Possibile che tu possa essere stato il primo?”

Al viandante, dopo aver riflettuto un momento, scivolò una lacrima sulla guancia:

“Non so se fui il primo; certamente l’ultimo. Perché quel luogo non esiste più. Distrutto con queste mie mani.”

“Come puoi aver compiuto un simile sacrilegio?”

“Orgoglio. Presunzione. Ignoranza.

Colsi una rosa rossa; il cristallo cominciò a scolorire, lasciando cadere gocce di sangue a terra, rendendo arido e brullo il terreno. Un incubo: i petali della rosa divennero trasparenti, poi si scheggiarono, poi esplosero come un silenzioso fuoco d’artificio. La mano mi restò vuota, e gli occhi ciechi.”

Il viandante fece una pausa, e prese in mano un fagotto blu; finito che ebbe di svolgerlo, sorrise alle sue mani.

“Una voce mi parlò: ”O stolto, col tuo gesto hai sottratto la gioia al cielo, la passione e la dolcezza sono morte per causa tua, e si sono disperse nell’arida terra che ora calpesti. Pagherai per questo”. E divenni cieco.”

“Come ritrovasti la vista?”

“Solo ridando la speranza, si dona la pace. Presi allora dalla mia bisaccia un seme, lo misi a dimora, e sparsi le mie lacrime. Ritrovai la vista, e tutte le farfalle bianche si posavano intorno a quel seme, che era già fiore, e si moltiplicava in tutte le direzioni, ricoprendo il Prato di Cristallo. Il vento parlò: ”Una nuova sorella ci ha raggiunto, e il tuo dolore sincero le ha dato vita; prendine una figlia, ma ricorda: passerai per il Tin, attraverserai il Lead; ciò impedirà a chiunque e per sempre, di arrivare qua, se non in sogno. La figlia che hai in mano, avrà il ricordo di tutto ciò. Ma dovrai costruire uno scrigno di cuoio, perché tu non possa perdere i suoi messaggi, i suoi tesori, la sua identità”.”

“Viandante, dov’è lo scrigno di cuoio?”

“Sempre bisogna percorrere un cammino, per trovare ciò che può contenerci. Lo scrigno è sul Tuo cammino.”

“Viandante, dov’è lo scrigno di cuoio?”

Il viandante non parlò più.

Non tornò mai più dalla sua Regina, mai intraprese nuovi viaggi. Restò nel villaggio, nella casa dei suoi genitori. Restava seduto a guardare il mutare delle stagioni. Si fece cercatore di stelle, per dar loro un nome. Era sicuro d’avere accanto il Giusto, il Buono, il Misericordioso. Smise d’affannarsi per cercare la strada della sua vita, gli bastava percorrerla; smise di raccontare agli uomini il suo pensiero, la sua libertà.

Era contento solo quando i bambini si sedevano attorno a lui, per ascoltare il racconto della sua vita, o del sogno della sua vita. Gli piacevano i “perché”, che interrompevano le storie; una domanda poteva essere l’inizio di una nuova storia. Così il racconto assomigliava sempre più alla vita, e raccontando viveva dieci, cento, mille vite, sempre nuove, sempre diverse.

La Regina era cresciuta, era una donna. A volte passava davanti al viandante, e lui la vedeva, la sentiva arrivare dal calore emanato dal Suo sorriso, e dalla musica della Sua anima. Allora anche i suoi racconti cambiavano ritmo. Tornava sulle strade del mondo per cercare i doni degni di Lei, estendeva i suoi sensi fino al cielo per raccogliere le stelle più luminose. E si dimenticava della sua casa, del villaggio, dei bambini. Restavano solo le stelle e la sua Regina.

Poi Lei si allontanava, ed il viandante era nella sua casa, nel suo villaggio, con i bambini che la attorniavano.

Si riempiva e si svuotava, come uno stagno che aumenta o diminuisce la sua superficie secondo la stagione, come un respiro.

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