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#lavoro

E poi c’è questo col cartello. si, un cartello dice tutto e dice niente, non è un dazibao. In formato A4, stampa nera su fondo bianco. Poi a Milano, sotto i portici della Galleria, un salotto buono, con tutta la bella gente che gira, tanti sorci in giacca e cravatta, finti alternativi in jeans e maglietta e capello nutrito. Gente che non ha tempo, gente che se potesse si berrebbe ancora una volta Milano. E poi c’è questo col cartello. E un bicchiere per l’elemosina. Strano. Perché l’elemosina? Sei grosso, pulito, sbarbato, capello curato. Le mani sono da persona ordinata, le unghie pulite, le scarpe senza un filo di polvere. Eh lo so, sono dettagli. Ma la sua camicia non ha una macchia, ed è stirata. Una camicia da due giorni, al massimo. E poi c’è il cartello. E allora ti fermi, ti scusi, gli chiedi se puoi fotografarlo; il cartello, non lui. Perché la dignità deve essere rispettata. E ascoltati la sua storia. E pensi che, dopo l’ultimo lavoro da dipendente, anche tu hai un bicchiere, un telefono, una mail, e cerchi di convincere le persone che lavori bene, hai esperienza, e possono fidarsi di quello che dici. Ci sono due differenze: io non parlo correttamente 4 lingue e scolasticamente una, e il mio cartello si chiama biglietto di visita.

Domani riparlo di Ilia, è una bella storia.

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